Nel cuore dell’Europa, una giovane famiglia siriana sfida il destino tra speranza e paura: un viaggio disperato che accende domande su giustizia, umanità e confini. Al cinema. Vai all'articolo
di Silvia Guzzo
La regista Marta Bergman porta sullo schermo una storia capace di interrogare lo spettatore senza offrire risposte semplici.
Belgio, maggio 2018. La polizia è sulle tracce di un furgone carico di migranti in cerca di futuro nel Regno Unito. Dopo un turbolento inseguimento, il veicolo sospetto viene fermato; eppure qualcosa è andato storto e l’esito dell’operazione è tragico. Un evento che porta l’Europa a un accesso dibattito sulla tutela dei diritti umani, sull’uso della violenza da parte delle forze dell’ordine e sulle liceità delle politiche anti migratorie. Alcuni anni più tardi la documentarista Marta Bergman – già alla regia del lungometraggio del 2018 Sola al mio matrimonio − sceglie questo fatto di cronaca per riaccendere una luce sulle vite dimenticate di chi è costretto a lasciare il proprio paese nella speranza di un’esistenza più sicura e dignitosa altrove. Anche se in molti non sopravvivono al viaggio. Vai all'articolo
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